Sindrome della grotta: la paura del rientro in ufficio

Dopo più di un anno in smartworking l’approccio al mondo del lavoro post-covid è critico. La “sindrome della grotta” colpisce ben un lavoratore su due.

Fin da inizio pandemia, lo smartworking si è imposto inevitabilmente sulle vite dei lavoratori. Infatti, grazie al lavoro da remoto, milioni di persone hanno avuto la possibilità di non perdere il lavoro durante l’emergenza sanitaria. E sebbene con l’avvio del piano vaccinale numerose aziende richiedano la ripresa delle attività in sede, secondo l’indagine Uil, un lavoratore su due ha la sindrome della grotta. In altri termini, ben il 50% delle persone non voglio rientrare in ufficio. Percentuale che sale all‘80% se facciamo riferimento a bancari a assicurativi.

Cos’è la sindrome della grotta: parola allo psichiatra

“Questo fenomeno è legato in particolare alle grandi città come Milano dove afferiscono lavoratori dalle province limitrofe, come Como e Varese, con molte persone che affrontano lunghi trasferimenti in auto o sui mezzi pubblici spesso tra disagi e difficoltà […]. Si tratta soprattutto di soggetti riservati e introversi per i quali la grotta è un isolamento protettivo persone che, ora che si sta tornando alla normalità vanno aiutate”.

Michele Sforza, professore presso la Casa di Cura Le Betulle di Appiano Gentile

Sicuramente la pandemia ha lasciato un segno indelebile nelle vite di ognuno. Ad ogni modo, il lavoro sta cambiando ed è per questo che molte aziende stanno pensando di suddividere l’impegno tra casa e ufficio andando incontro alle esigenze dei propri dipendenti.

“Questo aiuta, ma chi soffre deve riuscire ad affrontare la paura di uscire. A volte basta parlarne anche solo in famiglia o tra amici, altre volte è necessario rivolgersi ad uno specialista.

Michele Sforza, professore presso la Casa di Cura Le Betulle di Appiano Gentile
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